Blue collar Cav.
Qui si spiega perché solo un governo berlusconiano poteva fare queste politiche di sinistra
Se volete capire una delle anime, anzi l’anima propulsiva dell’ultimo governo Berlusconi, leggetevi il saggio – da qualche giorno in libreria – di Giuliano Cazzola “Il riformista tradito” (sottotitolo: le storie e le idee di Marco Biagi, Boroli editore, 142 pagine, 14 euro).

Se volete capire una delle anime, anzi l’anima propulsiva dell’ultimo governo Berlusconi, leggetevi il saggio – da qualche giorno in libreria – di Giuliano Cazzola “Il riformista tradito” (sottotitolo: le storie e le idee di Marco Biagi, Boroli editore, 142 pagine, 14 euro). Il parlamentare di Forza Italia, già dirigente della Cgil, spiega con chiarezza “la cultura” dietro alle scelte di due ministeri strategici come quelli di Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, naturalmente inquadrati dai conti di Giulio Tremonti. Le scelte sulle politiche del lavoro e sulla pubblica amministrazione, decisive per ridare efficienza al sistema Italia, non sono improvvisate ma sorrette da una impostazione ben ponderata. E di questa strategia perno è il pensiero dello studioso dei problemi del lavoro Marco Biagi assassinato dalle Br il 19 marzo del 2002. Un pensiero che viene dalla lunga storia del riformismo socialista. Nel Secondo dopoguerra da uomini come Giacomo Brodolini e Gino Giugni. Quest’ultimo ebbe parte essenziale nel definire le linee del governo Craxi negli anni Ottanta quando le Br assassinarono un altro intellettuale di rango come Ezio Tarantelli anche lui impegnato a riformare il mercato del lavoro. In questa tradizione culturale che veniva da lontano – racconta Cazzola – Biagi seppe introdurre intuizioni preziose, strettamente legate al mercato per quello che era (in sintonia con gli obiettivi indicati dall’Unione europea a Lisbona nel 2000), evolvendo il già molto innovativo giuslavorismo di marca riformista.
Ma se il pensiero di Biagi è così vittorioso e determinante nel governo Berlusconi, perché parlare di riformista tradito? Le idee di Biagi hanno vinto sia con i fatti – il mercato del lavoro è migliorato grazie ai provvedimenti da lui impostati e l’occupazione in generale è aumentata mentre quella a tempo indeterminato non è crollata, come osservatori malevoli prevedevano – sia con i riconoscimenti politici: Cesare Damiano ministro del Lavoro del governo Prodi fece approvare (nonostante Rifondazione) nel luglio 2007 un accordo tra esecutivo, sindacati e Confindustria che nelle sue linee fondamentali riconfermava la legge del centrodestra ispirata dal professore bolognese. Accordo tra mille sbandamenti firmato anche dalla Cgil, nonostante un congresso di questa organizzazione di poco tempo prima la impegnasse ad abolire parti essenziali della legge Biagi. Un risultato tanto più importante perché a ratifica dell’accordo tre milioni di lavoratori su quattro in un referendum voluto dai sindacati diedero di fatto l’assenso alla “legge”.
L’eredità di Biagi
Però se le idee di Biagi hanno vinto, lui è stato assassinato e la sua mancanza pesa. Un libro che ricostruisce tanti episodi vissuti insieme da Biagi e Cazzola, non può, dunque, che partire dai comportamenti di chi per demagogia, stupidità o codardia lo “tradì” quando era in vita. Dagli esponenti della comunità scientifica di cui Biagi faceva parte (nonostante colleghi di valore come Tiziano Treu e Pietro Ichino che, pur dissentendo su alcuni punti, condivisero molto della sua impostazione) che organizzarono contro il professore “collaboratore” del governo di centrodestra una demagogica campagna di denuncia. Dalla Cgil (e di questo Sergio Cofferati si è poi pubblicamente in qualche modo scusato) che, scatenata contro il governo Berlusconi, non mancò di insultare lo studioso (il suo libro bianco fu definito limaccioso). Così anche da ambienti del governo che per gravissima sbadataggine non previdero una scorta per il professore bolognese: e non è un risarcimento adeguato il fatto che poi tutti gli assassini di Biagi vennero assicurati alla giustizia. Parliamo del tradimento degli ambienti che avrebbero dovuto mantenere un atteggiamento responsabile, non dei vari estremisti o mattocchi come Beppe Grillo che ha denunciato Biagi come ispiratore di un nuovo schiavismo.
Però se le idee di Biagi hanno vinto, lui è stato assassinato e la sua mancanza pesa. Un libro che ricostruisce tanti episodi vissuti insieme da Biagi e Cazzola, non può, dunque, che partire dai comportamenti di chi per demagogia, stupidità o codardia lo “tradì” quando era in vita. Dagli esponenti della comunità scientifica di cui Biagi faceva parte (nonostante colleghi di valore come Tiziano Treu e Pietro Ichino che, pur dissentendo su alcuni punti, condivisero molto della sua impostazione) che organizzarono contro il professore “collaboratore” del governo di centrodestra una demagogica campagna di denuncia. Dalla Cgil (e di questo Sergio Cofferati si è poi pubblicamente in qualche modo scusato) che, scatenata contro il governo Berlusconi, non mancò di insultare lo studioso (il suo libro bianco fu definito limaccioso). Così anche da ambienti del governo che per gravissima sbadataggine non previdero una scorta per il professore bolognese: e non è un risarcimento adeguato il fatto che poi tutti gli assassini di Biagi vennero assicurati alla giustizia. Parliamo del tradimento degli ambienti che avrebbero dovuto mantenere un atteggiamento responsabile, non dei vari estremisti o mattocchi come Beppe Grillo che ha denunciato Biagi come ispiratore di un nuovo schiavismo.
L’idiozia e l’estremismo non sono sradicabili in una società aperta, la codardia, la demagogia e la sbadataggine degli ambienti responsabili, invece, possono essere contenuti più di quello che è avvenuto in Italia. E avviene anche oggi. Ma come mai la cultura riformista socialista sta ispirando un governo di centrodestra? Perché questa cultura (nel libro sono riportate anche le ultime iniziative riformiste approntate da Brunetta e Sacconi) ha una profonda anima liberale largamente in sintonia non solo con l’asse centrale del governo ma anche con quei soggetti sociali che in modo più moderno vogliono cambiare la gestione del mercato del lavoro italiano (primi tra tutti la Cisl di Raffaele Bonanni e la Federchimica di Giorgio Squinzi) e che in questo impegno trovano un interlocutore migliore nell’attuale governo che in quello della sinistra. Giovanni Agnelli con il suo abituale cinismo diceva che solo un governo di centrosinistra poteva fare una politica di destra. Pensava innanzi tutto a un regime di salari bassi e a regali per la Fiat. E queste attese sono state puntualmente soddisfatte anche dall’ultimo governo Prodi. Paradossalmente si può dire che solo un governo berlusconiano può fare una politica di sinistra: abbattere diffusi privilegi corporativi, ridare fiato al merito contro la discriminazione di classe, sostenere una politica di pieno impiego, costruire un contesto in cui possa ripartire una seria politica salarialista. Solo qualche disperato intellettuale di sinistra può pensare che i Berlusconi’s blue collar, così come quelli reaganiani, si orientino a destra perché vedono troppa Isola dei famosi in tv. Chi vive del suo lavoro e conosce le asprezze della vita, di solito sa fare anche due conti.